Recovery Fund 4 Climate Justice

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Flashmob in Piazza Duomo - Climate Justice

Oggi si è svolto lo sciopero nazionale per il clima. In più di 100 città italiane, la protesta per una giustizia climatica e sociale ha fatto da eco a quella mondiale del 25 Settembre scorso.

La Commissione Europea ieri ha dibattuto sulla percentuale delle emissioni da ridurre da qui al 2030: il 60%. Come hanno spiegato bene Greta Thunberg e altre attiviste nel loro articolo la riduzione si riferisce ai livelli del 1990 – che erano molto più alti – e non è minimamente sufficiente per essere in linea con l’Accordo di Parigi.

In questi stessi giorni, si sta anche pianificando come investire il Recovery Fund per una transizione energetica “green”. Il Recovery Fund fa parte del piano di finanziamenti e prestiti chiamato Next Generation EU, che dovrebbe – appunto – servire per una ripartenza orientata la futuro dei e delle giovani e non un “recupero” delle attività ecocide svolte fino ad oggi.

Aziende come Eni e Snam si sono subito candidate con i loro progetti: il centro più grande al mondo di stoccaggio di CO2 e l’accelerazione del gasdotto TAP continuando con il vergognoso greenwashing a cui ormai siamo abituati.

Noi siamo convinti che questi fondi non debbano andare alle aziende fossili – oltrettutto se colpevoli di corruzione internazionale – che investono una minima parte dei loro utili in energie che non provengano dal fossile e che esercitano una pressione politica sul mercato e sull’informazione. Il modello di soluzione proposto è sempre lo stesso: investire su una tecnologia che promette di risolvere il problema per poter continuare con il business-as-usual e, contemporaneamente, piegare l’opinione pubblica sulla “sostenibilità” di una determinata forma di energia; grandi progetti che creano profitto per pochi, mentre si promettono nuovi posti di lavoro alle persone.

Il Governo italiano oltre a considerare i progetti criminali delle multinazionali fossili ritiene che la ripartenza passi anche dalle grandi opere come la TAV, nonostante la Corte dei Conti Europea si sia espressa sull’insensatezza di questa opera: le emissioni di CO2 che il completamento dei lavori genererebbe non si compenserebbero fino al 2080. Mancano circa 7 anni prima di esaurire il budget rimanente di CO2 per evitare di raggiungere il punto di non ritorno, quindi investire su questa tipologia di progetti non è diverso dall’essere in auto e premere sull’acceleratore quando si sa che avanti di qualche centinaia di metri c’è un muro di cemento armato.

Lo ripetiamo sempre: è il nostro sistema economico e sociale che deve cambiare. Un sistema economico che deve costantemente crescere per stare in piedi, basandosi sull’assunto che le risorse siano infinite non è compatibile con il nostro pianeta. Come non lo è che l’1% della popolazione emette più del doppio delle emissioni del 50% piú povero.
I miliardari – che stanno portando verso l’estinzione tutta la specie – hanno aumentato il loro patrimonio 637 miliardi durante il Covid, mentre le comunità più povere pagano già adesso il prezzo maggiore del collasso climatico.

 

Ci eravamo detti che non saremo tornati alla normalità, ma la normalità è tornata e ci ha presi tutti. Ma non noi, non i manifestanti del sesto sciopero per il clima.

Non cambieremo la coscienza collettiva del mondo in un giorno, portando ognuno e ognuna ad essere consapevoli di chi è stato principale causa dell’emergenza climatica e ambientale e di chi ha interesse che tutto continui con le stesse logiche.

Noi continuiamo nella speranza che si ascolti la Scienza, che è cristallina: continuando così il pianeta sarà invivibile entro fine secolo.

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