il 2020 è il secondo anno più caldo dell’età moderna

Temperature difference 2020 and 1981-2010

Il 2020 è stato un anno intenso che ci ha messo a dura prova. Ognuna e ognuno in modo diverso a seconda che fossimo studenti, anziani, madri o padri, lavoratori “essenziali” o “non essenziali” o qualsiasi altra etichetta che possiamo usare per indicare chi siamo o cosa facciamo.

Il Covid è sicuramente la minaccia che abbiamo percepito maggiormente, che più ha stravolto le nostre vite e che ha visto gli Stati di praticamente tutto il globo alla rincorsa di azioni preventive, cautelative e risolutive per limitare al massimo il numero delle vittime.

Il 2020 è anche, però, “virtualmente” l’anno più caldo della storia moderna: con una media di temperatura globale di +1.2º C è secondo solo al 2016 (+1.25ºC).

È virtualmente il più caldo perché questo è l’anno de La Niña, cioè la corrente fredda che si alterna a quella calda, Il Niño, che ha spinto il 2016 in cima alla classifica.
Lo è nonostante una diminuzione del 7% delle emissioni globali dovute al lockdown imposto in molti paesi. Il drop più alto mai registrato dalla Seconda Guerra Mondiale, ma che si avvicina quello che le Nazioni Unite chiedono come impegno da qui al 2030: un 7,6% in meno di emissioni globali all’anno per rimanere entro il +1.5º C.

Noi sappiamo che le emissioni dovrebbero ridursi molto più velocemente per far si che chi continua a nascere in questo mondo abbia una prospettiva di vita che non sia il collasso della società.

Geneva, 9 July 2020 – The annual mean global temperature is likely to be at least 1° Celsius above pre-industrial levels (1850-1900) in each of the coming five years (2020-2024) and there is a 20% chance that it will exceed 1.5°C in at least one year, according to new climate predictions issued by the World Meteorological Organization (WMO).

Con un 20% di probabilità di passare il +1.5ºC al 2024 il Governo Italiano sta investendo gran parte del Recovery Fund nelle stesse attività che ci stanno portando all’estinzione: ripartirà la macchina del cemento che sostituisce materia inerte a quella naturale, torneranno a trivellare in mare alla ricerca di petrolio per la gioia di Eni, alimenteranno gli allevamenti e le coltivazioni intensive e destineranno più fondi per F35 e 5G per uso militare che per la sanità e istruzione combinate.

Milano non è da meno in termini di lungimiranza: il Comune ha presentato fieramente il Piano Aria e Clima (PAC) che prevede una decarbonizzazione con obbiettivi iniziali al 2030 – quando sarà scaduto per la seconda volta il mandato di questa giunta – e totale al 2050 – quando gran parte di questa giunta non sarà probabilmente neanche più in vita per godere dei frutti dei propri sforzi.

Questa è l’impegno che i “leader” di una delle città più ricche d’Italia hanno intenzione di mettere in campo: un’emergenza che hanno riconosciuto più di un anno e mezzo fa, ma che verrà risolta – a parole per ora – in più di 30 anni.

Nel mentre tutto andrà avanti come se niente fosse: nel 2026 avremo le Olimpiadi che gentrificheranno ancora di più la città, ampliando il divario economico-sociale, distruggendo le ormai fragili montagne e lasciandoci con impianti e strutture sciistiche che non avranno lunga vita.
La cementificazione procederà – in verticale più che in orizzontale, se vogliamo – ai ritmi della città che “non si ferma” e per il 2035 si parla già dell’ampliamento di Malpensa.

In Regione, mentre l’assessore all’Ambiente Cattaneo minimizza il ruolo del traffico per i livelli di l’inquinamento durante il lockdown, continuano ad investire miliardi per costruire strade e autostrade.


Con il Piano Lombardia che si compone di varie aree di intervento, il rilancio dell’economia Lombarda è il solito business-as-usual, ma orientato al prossimo grande evento delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026.

Questo avviene mentre i ghiacciai dell’Himalaya iniziano a collassare causando centinaia di morti e suonando un allarme che dovrebbe essere assordante, ma che non viene ascoltato dai nostri “leader” troppo sicuri di avere sempre la risposta a tutto e di star facendo già abbastanza.

Il cambiamento climatico rimane – come ha sottolineato l’UN – “la minaccia più grande che la nostra specie abbia mai dovuto affrontare”, ma i “leader” della nostra società non hanno capito che l’impegno profuso nel “progresso” ci sta portando al punto di non ritorno. La Scienza ci sta fornendo gli strumenti per capire quanto poco tempo ci rimane per cambiare il paradigma con cui misuriamo il valore delle nostre vite e, come società, ci viene richiesto di fare un salto culturale enorme nel minore tempo possibile per evitare che le prossime generazioni siano le ultime della nostra specie su questo pianeta. Questo è un salto culturale che non può essere fatto da chi fino ad oggi ha portato avanti questo tipo di sviluppo, nonostante le evidenze di quanto sia fallimentare sul lungo periodo.


Il tempo che ci rimane per prevenire il superamento del 1.5º C si riduce giorno per giorno, ma la narrazione della politica inizia a scricchiolare sotto il peso di quello che è ormai palese: nessuna delle promesse fatte negli ultimi 50 anni per il clima e l’ambiente è stata rispettata e quello che negli anni ’70 sembrava fantascenza oggi è quasi realtà.



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