Da Genova a domani, per una nuova agenda di priorità

Il mantra “One no many yeses” accompagna il lungo viaggio compiuto da Paul Kingsnorth, giornalista e militante inglese nel ricostruire i fatti di Genova 2001 inseriti nella cornice internazionale delle lotte altermondialiste. Il punto di avvio di tali istanze risale alla rivoluzione zapatista del 1994 che permette di far chiarezza sul mantra evocato all’inizio, ossia come spiega il giornalista che nel 1999 diventò vicedirettore del The Ecologist:

“Un solo no al potere omogeneizzante di un mercato non democratico. Molti sì al suo posto: molti mondi, culture, modelli economici e politici diversi all’interno di un’umanità condivisa”

La pregnanza dei principi evocati da Paul Kingsnorth si poteva declinare nei concetti di democrazia reale, locale, partecipativa, controllo economico e politico del proprio destino e la rivendicazione del possesso del proprio futuro.

Su Genova 2001 esiste un filo rosso che lega la mobilitazione della società civile organizzata capace di raccogliere un consenso trasversale ai seminari altermondialisti su tematiche interdisciplinari, tangibile esempio è riscontrabile negli accorati appelli che l’economista Riccardo Petrella lanciava venti anni fa e che lo ha visto giustamente molto critico sull’Agenda 2030 emersa dagli Accordi di Parigi del 2015. Appelli quelli di Riccardo Petrella che uniti a quelli di attiviste e attivisti come Walden Bello non possono non chiamare a raccolta movimenti come Fridays for future in sinergia con altri nel provare a transitare dall’immaginazione alla creatività di una mobilitazione a cui associare progetti di alternativa sul piano socio-economico.

Quando si ripensa all’impegno profuso da tante attiviste e attivisti negli ultimi anni sulla questione delle questioni ovvero la crisi climatica risaltano le parole pronunciate da Frederick Douglass, ex schiavo e abolizionista nel 1857:

Se non c’è lotta non c’è progresso. Coloro che asseriscono di essere a favore della libertà e però deprecano le agitazioni, sono uomini che vogliono i raccolti senza arare la terra. Vogliono la pioggia senza tuoni né fulmini. Vogliono l’oceano senza il terribile fragore della sua moltitudine di acque … Il potere non concede nulla senza che ci sia una rivendicazione, mai l’ha fatto e mai lo farà.”

Venti anni sono trascorsi inesorabili da quella grande avventura collettiva ricca di una “primavera di intelligenze” che oggi a maggior ragione reclama a gran voce e con competenza non tanto e non solo la messa a nudo delle esasperanti contraddizioni del capitalismo neoliberista quanto l’urgente riconoscimento che il patto tra gli esseri umani e la natura si è ineluttabilmente incrinato e non resta altro tempo che creare alleanze nella società civile tra movimenti giovanili capaci di riconoscere le interconnessioni tra i fenomeni sociali e di rivendicare un mondo radicalmente diverso nel qui e ora.

Se non noi, chi ? Se non ora, quando ? Questo era il messaggio con cui Paul Kingsnorth concludeva la sua ricostruzione di quel ciclo di lotte che ha lasciato un’eredità ben raccolta dall’entusiasmo di una generazione che non cede il terreno all’acquiescenza di un capitalismo che mira a frammentare e disarticolare le energie giovanili.

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